In un Paese di diseguaglianze, l’università gratuita è una cosa giusta

Una delle ultime proposte emerse in questa campagna elettorale che da poco si è aperta riguarda l’abolizione delle tasse universitarie. Di istruzione, ma tanto meno di gratuità a tutti i livelli, nel dibattito pubblico non si parlava da tempo: da giorni all’interno del Paese – seppur con posizioni differenti – il tema dell’istruzione pubblica sta dominando il dibattito ed è tornato sulle prime pagine.

Al di là della competizione elettorale, che sicuramente può aver dato un’ulteriore opportunità per riprendere parola sul tema, riteniamo da anni che la proposta di abolizione delle tasse universitarie e in generale di un modello di istruzione gratuito siano prioritari per questo Paese, motivo per cui le nostre Organizzazioni sono sempre in prima linea in questa battaglia di civiltà, come si può notare ad esempio dalla nostra ultima campagna Free Education (www.freeducation.it/).

 

L’UNIVERSITÀ IN ITALIA, FABBRICA DI DISEGUAGLIANZE

Ad oggi l’università italiana e il diritto allo studio sono sempre più un lusso per pochi. In una fase politica, sociale e culturale neoliberale, in cui dominante è la logica di mercato, i saperi, la conoscenza, la cultura sono “servizi” a cui può accedere soltanto chi se lo può permettere: un discorso che vale, soprattutto, per la formazione all’interno di scuole e università pubbliche, dove dominano ormai incontrastati i criteri di merito. Tutto questo causa un aumento delle diseguaglianze nei percorsi di formazione e dinamiche di marcata competizione tra gli studenti, specchio delle disparità economiche dominanti in tutto il Paese.

I dati relativi all’Italia mostrano, infatti, che la spesa per l’istruzione è diminuita significativamente dal 2008 al 2014, sull’onda anche della crisi economica degli ultimi anni. Nel 2013 la spesa totale (pubblica e privata) per l’istruzione è stata tra le più basse degli Stati presi in esame dall’OCSE, ossia pari al 4% del PIL rispetto a una media del 5,2%. Tale livello relativamente basso è riconducibile al fatto che all’istruzione sia stata attribuita una quota di bilancio esigua rispetto ad altri settori.

Nel concreto, questo significa che il sistema di istruzione universitario è costretto a reggersi sulla contribuzione studentesca: le entrate provenienti dalle tasse sono passate da 1,3 miliardi del 2009 a 1,7 mld del 2016; oggi uno studente universitario paga in media 1400€ di tasse l’anno, contro i 775€ di dieci anni fa.

Un altro punto merita attenzione: il sistema di welfare studentesco è assolutamente insufficiente rispetto ai bisogni degli aventi diritto, in particolare al Sud: prendendo ad esempio la situazione barese, solo il 19% degli studenti iscritti al corso di laurea in Medicina, il 15% degli iscritti a Giurisprudenza e il 21% a Filosofia idonei alla borsa di studio la percepisce realmente. Ne consegue, dunque, che – in media – il restante 80% rischia di dover rinunciare all’università, dato confermato dagli alti tassi di abbandono (circa il 55% per gli atenei del Meridione).

Che cosa significa? L’innalzamento dei criteri di merito per erogare questi servizi, assieme ad un taglio sempre più critico ai fondi destinati al diritto allo studio, mostra appieno l’idea diffusa che si ha dell’università, ovvero un luogo classista, cui si può accedere – se non è possibile permetterselo – con una rincorsa all’accumulo di CFU ed esami, con criteri di graduatorie sempre più stringenti da Regione a Regione. Questo sistema è espressione della visione miope che i governi e le amministrazioni locali di questi anni hanno avuto della funzione dell’università pubblica nei territori e su tutto il Paese, uno dei luoghi in cui riprodurre le disuguaglianze esistenti.

 

UNIVERSITÀ GRATUITA: UNA PROPOSTA PRATICABILE E NECESSARIA 

E’ necessario costruire un’inversione di tendenza partendo da un presupposto: l’istruzione è una priorità per il progresso di un Paese e della società tutta, e per questo deve tornare ad essere un servizio pubblico essenziale utile alla collettività. Investire su un’università pubblica e optare per la gratuità significa permettere a chiunque, a prescindere dalle condizioni economiche e sociali di provenienza, di emanciparsi e mettere a servizio del proprio territorio le competenze acquisite negli anni della formazione e inoltre di uscire dal sistema della competizione a ribasso e del lavoro povero grazie alla sempre maggiore qualificazione dei cittadini.

Per questo la proposta di rendere gratuita l’università, restituendo ad essa dignità e valore sociale, tramite l’abolizione della contribuzione studentesca è una proposta largamente condivisibile e praticabile attraverso una revisione del sistema di fiscalità generale sempre più progressivo, capace di redistribuire la ricchezza su più livelli.

La gratuità dunque non è soltanto possibile, ma anche necessaria: si tratta di fare una scelta politica ben precisa, che abbia come obiettivo quello di rifinanziare un intero sistema, rendere migliore la qualità della didattica, di non essere di “serie B” rispetto agli istituti d’istruzione privati, affinché si mettano tutti nelle stesse condizioni di partenza a prescindere dai redditi di appartenenza e ci si renda conto che la conoscenza e la ricerca sono indispensabili per creare un diverso modello di sviluppo e società e per produrre ricchezza per tutto il Paese, anche se in modo meno visibile perché più a lungo termine.

 

 

 

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