Lotto Marzo: il ruolo delle donne nella politica

Italia, 8 marzo 2018: si sono svolte le elezioni politiche da 4 giorni, e il nostro Paese ha un tasso del 23% di partecipazione delle donne in politica. Le immagini della campagna elettorale da poco conclusa, la quasi invisibilità delle donne sui palchi e i salotti della politica, ci hanno offerto uno spaccato rappresentativo di ciò.

Un vizio che abbiamo, però, nell’osservare i vari fenomeni che hanno a che fare con la marginalizzazione di una parte della società rispetto ad un’altra (generalmente la seconda è costituita da uomini bianchi, occidentali, eterosessuali, ricchi) è di confondere cause e conseguenze, sintomatologia e eziologia.
Il problema è la mancanza di donne in politica o la mancanza di strumenti forniti alle donne per accedere alla politica? È disturbante guardare comizi a completo demanio maschile, perché ricorda quanti ostacoli pone il nascere donna (e soprattutto quanti ne ha posti in passato: non dimentichiamoci che chi fa politica oggi è figlio di due, tre generazioni precedenti alla nostra).

Il Gender Pay Gap è l’esempio più lampante, ma lo stesso vivere in un mondo in cui la cura della casa e della famiglia è completamente demandata a te, ti lascia ben poco tempo per poter coltivare la tua passione politica al punto da essere leader di uno schieramento, capolista in un collegio elettorale… Perché diciamocelo, tra una persona che ha avuto la possibilità (economica e di tempo) di dedicare ore ed ore alla propria formazione politica ed una che nel proprio tempo libero deve pulire casa, cucinare, accompagnare il figlio a scuola, in palestra, dagli amici, quale vorreste in Parlamento? L’esclusione delle donne dalla politica, quindi, non si pone esclusivamente come problema di una mancanza di voci plurali provenienti da categorie differenti con esperienze vissute differenti e rappresentative del reale, ma come un complesso meccanismo sociale che di fatto impedisce (o pone tantissime limitazioni) a metà della popolazione di poter percorrere la strada che preferisce nella società.

Dall’altra parte, invece, essere donna non implica necessariamente che tu sia rappresentativa dei bisogni delle donne. Torniamo alla campagna elettorale, per la precisione quella statunitense: i bisogni di una giovane donna che vive il ricatto economico nelle proprie scelte di vita sono stati decisamente più rappresentati dal socialista Bernie Sanders che dalla donna liberale Hillary Clinton, perché le politiche di riduzione delle disuguaglianze sociali proposte dal Senatore del Vermont sono molto più incisive nella risoluzione di questi piuttosto che la scelta simbolica della prima donna (ma non prima espressione dell’establishment) Presidente degli Stati Uniti d’America.

In questa tendenza però si pone la norma che prevede un minimo di 40% di donne nelle liste elettorali: davvero, viene da chiedersi, il potere politico ugualmente redistribuito è un numero in una statistica? Alle donne non vanno riservate poltrone dorate per le poche che, spesso con rinunce, altre solo per essere nate in contesti casualmente migliori, riescono ad arrivare alle torri del potere tradizionalmente patriarcali. Dare potere politico alle donne significa fornire a tutte (e tutti, ovviamente) strumenti di alfabetizzazione, mezzi materiali di emancipazione. Tra scrivere su un pezzo di carta che esiste un diritto e fornire gli strumenti affinché questo diritto sia garantito, ci sta di mezzo un mare: è il mare che separa la retorica dei “diritti civili”, delle “leggi di civiltà”, dai diritti sociali, da percorsi per costruire un Mondo di tutte e di tutti. Questo civilismo, femminilismo, non fa altro che accettare uno status quo di polarizzazione del potere (e quindi delle ricchezze) in poche mani, cambiandone i soggetti senza intaccare la base, l’intera struttura.

Concludiamo con una frase sempre della funesta corsa alla Casa Bianca del 2016:
“Socialism without Feminism is just Brocialism, but Feminism without Socialism is Hillary Clinton”.

Cambiare rotta nell’osservare questi fenomeni è responsabilità di tutte e tutti, per recuperare il più ampio dibattito che dovrebbe essere centrale nella politica: la nostra dignità e libertà valgono ben poco se costruite sulle spalle di altri.