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Numero chiuso a Medicina: ripensiamo all’Università e alla Sanità pubblica!

Intorno al tema dell’accesso al corso di laurea in Medicina e Chirurgia e, in generale, all’Università, vengono montati ad hoc allarmismi e argomentazioni sensazionalistiche, che richiamano a catastrofi naturali più che ad analisi lucide e oneste sui bisogni dell’Università pubblica, sui diritti della comunità e del singolo.

Innanzitutto, è bene chiarire una cosa: il numero aperto a Medicina non è una realtà extraterrestre, ha anzi rappresentato la norma fino a meno di 20 anni fa. Vent’anni in cui, tra le altre cose, il finanziamento agli Atenei è andato via via diminuendo e il numero di laureati nel nostro Paese è rimasto profondamente lontano da quello che ci si prospettava, posizionandoci al penultimo posto in Europa. In sintesi, nessuna persona con un minimo di connessione alla realtà sosterrebbe che l’Università italiana si trova in una fase fiorente e pienamente in salute.
In che modo, però, si inserisce il numero chiuso in questo quadro? Non possiamo sicuramente parlare del numero programmato come un elemento isolato e fine a se stesso: esiste ed è comunemente ritenuto inevitabile perché risponde alle logiche di un modello di formazione superiore che vuole essere chiuso. Lo dimostrano i fondi limitati alla ricerca, a loro volta stimati non in base alle esigenze territoriali ma ad una presunta “produttività” degli Atenei, lo dimostra la ristrettezza dei criteri per accedere alle borse di studio, dandoci anche qui un primato negativo in Europa. Un sistema che dietro alla finta promessa di meritocrazia nasconde la solita polarizzazione di ricchezza e potere. Non è un caso che, specie per la generazione dei Millennials (i nati tra il 1985 e il 1995), l’istruzione non costituisca più ascensore sociale, e quindi chi nasce in famiglie di ceto sociale più alto rimarrà tale, e viceversa. In una parola, un sistema ingiusto: e all’ingiustizia, specie se anche chi è dalla parte “privilegiata” della barricata vive profonde contraddizioni, c’è alternativa.
Bisogna dirsi chiaramente che la formazione superiore è la più importante forma di emancipazione, e che l’istruzione gratuita e accessibile (senza nessun tipo di barriera) a tutte e tutti ha rappresentanto la rivendicazione principale di ogni movimento per i diritti di una singola categoria, classe o universali. Se c’è un problema rispetto al numero di giovani che vogliono intraprendere il percorso di formazione medica (che non è paragonabile, come invece viene pretestuosamente sostenuto, al numero di studenti che prova il test di ingresso: è, appunto, un concorso, e non l’iscrizione al corso di laurea, sarebbe come dire che tutti coloro che partecipano al rinnovamento per le graduatorie del personale ATA aspirano nella loro vita a fare i collaboratori scolastici!) esso va risolto già a monte, lavorando sull’aspettativa sociale che c’è intorno alla figura del medico, sulla maggiore informazione e orientamento rispetto alla vastità di curricula universitari che si possono intraprendere, e di cui spesso veniamo a conoscenza per esigenza, casualità o comunque dopo essere entrati nel mondo universitario.
È innegabile, inoltre, che le nostre università hanno un profondo problema rispetto a infrastrutture, attrezzatura didattica e rapporto tra il numero di studenti e i docenti che prescinde dalla quantità di studenti iscritti al primo anno. Non sarà di certo barricandoci nei Policlinici Universitari che miglioreremo la qualità della formazione dei giovani medici, né tantomeno sarà possibile garantire il diritto allo studio e alla salute semplicemente “eliminando” il numero programmato. Da qui passiamo, infine, all’ultimo (ma non per importanza) punto: bisogna aumentare le borse di specializzazione e rinnovare il personale nelle corsie degli ospedali pubblici! Questi punti programmatici sono irrimandabili, specie se si pensa a quante Regioni ogni anno non raggiungono i Livelli Essenziali di Assistenza, al numero di italiani che rinunciano alle cure mediche, o banalmente ai dati sullo stress lavoro correlato degli operatori sanitari. L’imbuto delle borse di specializzazione rappresenta poi di per sé un’enorme ingiustizia, perché impedisce a tutti i neomedici che non riescono ad accedervi (quasi la metà dei neolaureati di ogni anno) di lavorare per il Servizio Sanitario Nazionale, consegnandoli ad un limbo con ben poche alternative se non quella di espatriare.
Concludendo: ben venga mettere in discussione il numero chiuso se questo significa rifinanziare l’Università e la Sanità, restituire diritti a tutte e tutti. Ma le programmazioni devono partire dal basso, dagli studenti e dai giovani medici che da anni si organizzano discutendo di questi temi. E soprattutto, devono essere complesse e complessive, altrimenti dimostreranno di essere esclusivamente proclami, volti a far nascere fratture nel tessuto sociale e garantire il mantenimento dello status quo.

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